L'EMIGRANTE ITALIANO NEL BRASILE
Da una relazione al ministro degli esteri (1895).

Non sono esagerate le descrizioni delle dolorose vicende attraverso le quali passano molti emigranti, arruolatesi a contratto sotto padrone brasiliano.
Giunti dopo viaggi tante volte di trenta e più giorni ai porti di Rio de Janeiro o di Santos, anziché finire, incominciava per loro una nuova serie di sofferenze. Trattati come gente venduta, dovevano a lungo attendere la destinazione, che il più delle volte era ben diversa da quella desiderata.
Partivano quindi per il loro "paradiso terrestre" ammonticchiati come merci nei vagoni delle ferrovie e costretti a starsene in piedi per lunghissime ore fino a giungere all'ultima stazione.
Una volta giunti, quale non è lo scoramento in cui cadono nel trovare le cose così diverse da quelle che erano state loro dipinte! Sono presentati al padrone il quale già in questo primo atto si mostra rigido e duro e non perde occasione per ricordare loro che là sono venuti per lavorare e non per darsi buon tempo.
Più o meno lontano dalla casa del "fazendeiro" si estende una fila di capanne, spesso costruite di fango e coperte di paglia e colle porte segnate con un numero progressivo, perché da allora in avanti le singole famiglie, piuttosto che col loro cognome, devono riconoscersi dal numero della casa che abitano.
Tali capanne si trovano sprovviste delle cose più necessarie: si presuppone infatti che le abbiano portate con sé i coloni".



Una povera scuola di emigranti in Brasile.




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