ABISSI DI POVERTA'

Se in Piemonte il contadino era spesso proprietario, se in Toscana era mezzadro, nell'Italia centrale e meridionale, dove la grande proprietà era la regola, non era che salariato giornaliero. Privo di terra, faticava per salari di fame nei latifondi meridionali ed era continuamente in pericolo di essere licenziato dall'amministratore, cui il grande proprietario affidava le terre. Alloggiato in un tugurio, sottoalimentato, in preda alla malaria e alla pellagra, spesso completamente analfabeta, conduceva una vita spaventosa, ma lo stato italiano non distribuì le terre demaniali, cioè quelle terre che appartenevano ai comuni.



GLI EMIGRANTI, tela di Raffaello Gambogi, 1895.

Nello stesso abisso di povertà erano molti contadini della pianura padana. I fittavoli, in annate di cattivo raccolto, non riuscivano a pagare l'affitto delle terre e quindi il loro reddito scendeva sotto il minimo per vivere. A loro volta i giornalieri trovavano lavoro solo in certi periodi dell'anno. Le paghe degli uomini e ancor di più quelle delle donne, come ad esempio le mondine che lavoravano nelle risaie del Vercellese e della Lomellina, erano bassissime.
Costoro, dopo essersi dibattuti, "inutilmente, per anni, sotto l'artiglio della miseria"e disperando di uscirne, emigrarono.
Quindi, quando le condizioni di vita si fecero materialmente impossibili anche per uomini abituati da sempre alla più stretta frugalità, iniziò il flusso dell'emigrazione. Per dirla con Pavese, il mondo venne "a stanarli da casa con la fame".




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