L'ARRIVO IN AMERICA.



"Quasi sempre gli Italiani arrivano o senza denaro o con pochissimo. Accettano quindi i mestieri più umili e si contentano di salari, che sembrano oltraggiosi agli operai di altre nazioni" (Francesco Saverio Nitti, op.cit.) Del resto, agli inizi le difficoltà erano davvero tante. Bisognava trovare un alloggio e procurarsi da vivere in un paese sconosciuto, di cui si ignorava la lingua e non si comprendevano le abitudini.




La copertina di un manuale per gli emigranti italiani.



L'America degli immigrati in una foto di fine Ottocento.

Perciò, arrivati in America, gli immigrati intrecciavano tra loro rapporti di solidarietà e amicizia e spesso, per i primi aiuti, si appoggiavano ai connazionali. Si formarono così delle comunità che univano le persone secondo la propria origine. Spesso queste comunità cercavano di vivere nello stesso quartiere, dove si sforzavano di ricostruire un ambiente e un'atmosfera simile a quella della patria che avevano lasciato: famoso, ad esempio, è il quartiere italiano di Manhattan, a New York, chiamato appunto Little Italy, cioè Piccola Italia.

Concludendo, una parte degli emigranti riusciva a trovare un lavoro che permetteva di sistemarsi e di migliorare sensibilmente le condizioni di vita; alcuni addirittura "trovavano l'America", cioè facevano fortuna. "Qui si vive bene - scriveva un emigrante - polenta, carne, riso, fagioli e caffè e zucchero, tutto abbondante."
E un altro: "…Qui tutti i giorni mangiamo carne, minestra e pane a sazietà come i signori dei nostri paesi". Tuttavia, per molti altri emigranti, la "Merica" fu terra di lavori faticosi e mal pagati, di sacrifici, di emarginazione sociale e di difficile inserimento.




Giovani lustrascarpe italiani a New York.



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