LA MISERIA CONTADINA.



La miseria contadina si spiegava prima di tutto con la sovrabbondanza di popolazione su un suolo generalmente povero. Il numero degli abitanti dell'Italia cresceva rapidamente fino a raggiungere, nel 1913, i 37 milioni. Solo nella pianura padana e in alcune parti della Toscana, della Campania, delle Puglie e della Sicilia, il suolo poteva nutrire una popolazione molto densa e dedita all'agricoltura.




"Vanga e latte" di Teofilo Parini (1840 - 1906)



Un messo pubblico consegna un certificato di imposta ad una povera famiglia.

Tuttavia, pi¨ ancora che per la povertÓ del suolo, il contadino soffriva per le condizioni di lavoro che gli erano imposte. Se era piccolo proprietario, il terreno era spesso troppo esiguo per permettergli di mantenere dignitosamente la famiglia; inoltre era soggetto a un peso fiscale esagerato. Se era affittuario, sovente non sapeva come pagare l'affitto del fondo, soprattutto in annate di cattivo raccolto. Se era bracciante, era alla perenne ricerca di terra e lavoro, ma la sua opera era richiesta solo in due stagioni dell'anno ed era retribuita con salari di fame. In ogni caso, sia pure con diverse sfumature, viveva in una condizione di sottoalimentazione cronica e di estrema povertÓ.

La terribile miseria del proletariato agricolo spiega dunque l'ampiezza dell' emigrazione contadina dal 1870 al 1913, che avvenne, almeno per quanto riguarda il flusso migratorio fino al 1901, senza alcuna protezione da parte dello stato. Solo nel 1901, con l'obiettivo di tutelare i nostri emigranti all'estero, fu creato il Commissariato per l'emigrazione.


La copertina de "La domenica del corriere" dell'8 dicembre 1901, illustrata da A.Beltrame.
La tavola raffigura gli emigranti italiani in partenza dal molo di Genova.



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