LA LEGGENDA DEL GELSO

Piramo e Tisbe erano due giovani babilonesi bellissimi, e vivevano in case attigue, pertanto si conoscevano fin da quando erano bambini.
Crescendo sentivano ogni giorno di più un’attrazione reciproca, che non tardò a trasformarsi in un forte sentimento d’amore.
Purtroppo non avevano la possibilità d’incontrarsi perché i loro familiari lo vietavano.
Tuttavia i due giovani scoprirono che nella parete comune alle loro abitazioni c’era una piccola fessura della quale nessuno si era mai accorto.
“Che cosa -osserva a questo punto Ovidio- non scopre amore?”
Attraverso quella fessura i due giovani si scambiavano spesso le loro confidenze. A volte la maledicevano perché era molto stretta, altre volte la benedicevano perché permetteva almeno lo scambio di parole amorose.
Dopo tanto tempo, non sopportando più quella situazione, decisero di allontanarsi di notte dalle loro case per incontrarsi presso una fonte vicino alla quale cresceva un gelso bianco (allora i gelsi producevano soltanto frutti bianchi).
Tisbe giunse per prima e si sedette in attesa che arrivasse Piramo.
Mentre attendeva vide avvicinarsi una leonessa e, presa dal terrore, andò a rifugiarsi di corsa in una grotta lasciando cadere a terra il velo nel quale era avvolta.
La leonessa, che aveva già dilaniato una preda , lacerò il velo macchiandolo con la bocca sporca di sangue e, dopo aver bevuto alla fonte, ritornò nella selva vicina.
Quando giunse Piramo non trovò la fanciulla amata e, vedendo per terra il velo insanguinato, si convinse che la sua dolce Tisbe era stata sbranata da una fiera.
Preso dal rimorso per averle dato appuntamento in un luogo tanto pericoloso, raccolse il velo di Tisbe, lo baciò più volte e pianse su di esso. Infine, sopraffatto dal dolore, prese il pugnale e si uccise sotto il gelso.
Il suo sangue, assorbito dalla terra, raggiunse le radici dell’albero e salì attraverso la linfa fino a tingere di rosso i frutti. Poco dopo, Tisbe, cessato il pericolo, tornò indietro per non mancare all’appuntamento con Piramo e, con grande sgomento, vide a terra il corpo dell’amato.
Allora si avvicinò a lui e gli disse piangendo:” Piramo, quale destino ti ha strappato a me? Piramo, rispondi, la tua carissima Tisbe ti chiama”.
Nel sentire il nome di Tisbe, Piramo alzò gli occhi già gravati dalla morte e, dopo averla guardata, li chiuse per sempre.
Tisbe prima lo pianse a lungo strappandosi anche i capelli, poi, prese il pugnale di Piramo e si trafisse il petto.
Prima di morire la fanciulla espresse due desideri: che il gelso da quel monumento producesse soltanto frutti scuri, in segno di lutto per quell’ amore sfortunato, e che i genitori di entrambi, dopo averli separati in vita, almeno li lasciassero vicini da morte collocandoli nella stessa tomba.
Gli dei –dice il poeta- esaudirono il primo desiderio e i frutti del gelso cambiarono colore; i genitori dei due giovani esaudirono l’altro e almeno nella morte Piramo e Tisbe rimasero sempre uniti.