Ricordando il 4 novembre

Novara, 4 novembre 2003

La cerimonia inizia alle 10:30 con il raduno dei vari plotoni presso il Monumento dedicato ai caduti in guerra ed il posizionamento dei gonfaloni della Provincia di Novara, del Comune di Novara e dei Comuni limitrofi.

In seguito il Prefetto e il Comandante del presidio passano in rassegna gli schieramenti.

Segue la solenne cerimonia dell’alzabandiera e della deposizione delle Corone di fiori davanti al monumento.

Dopo le celebrazioni solenni, i comandanti e alcuni reduci prendono la parola e, tra questi interventi, spicca la lettera inviata dal Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi.

Verso le 11:20 iniziano le premiazioni del concorso che concludono la cerimonia. Tra i premiati l'alunno Gian Marco Congiu della classe V° A del Bermani che ha ricevuto una medaglia e una borsa di studio.

Ecco di seguito il testo del tema scritto da Gian Marco.

Monte Sabotino 8/8/1916 - ore 01:20

Scura. Nera e scura la notte mi circonda, appena rischiarata da una luna triste ed argentea, quasi funerea, che illumina uno spettacolo terrificante.

Questa notte non riesco a dormire e non è una novità. Tutte le notti prima e dopo la battaglia, non riesco a prendere sonno e mi chiedo come facciano i miei commilitoni a farlo. Il silenzio è rotto da gemiti di dolore, il puzzo di morte e polvere da sparo aleggia sul campo di battaglia.

Non ho il coraggio di guardare fuori dalla trincea, eppure devo farlo, stanotte sono di guardia. Faccio capolino, spegnendo la sigaretta per non farmi notare, e vedo un ammasso nero-argenteo di soldati mutilati, orrende espressioni facciali irrigidite dalla morte, corpi contorti nelle posizioni più assurde in una laocoontica danza.

E penso che la morte non fa eccezioni, non sceglie le sue vittime, non le seleziona in base alla loro divisa o nazionalità. Austriaci e Italiani, in vita nemici, nella morte sono abbracciati nel fango. Penso alla mia famiglia, alla mia città, Novara, ora così lontana. Come la falce che taglia il riso nelle mie belle risaie, la morte strappa la vita a chiunque. Chissà se i miei genitori contano ancora sul mio ritorno! Io mando loro centinaia di lettere, ma arriveranno mai? Pensando a ciò, mi sposto stancamente dalla trincea su una collinetta fangosa, dieci metri sulla sinistra e scruto il campo di battaglia da quassù.

Queste trincee… sembrano rughe sul volto di un vecchio, scavate dalle lacrime e dal dolore…

Quando la pantomima della guerra finisce alla sera, gli attori si ritirano dietro le quinte per ripassare la parte che reciteranno il giorno dopo… a me tocca scoprire quali e quanti atti gli Austriaci metteranno in scena domani. Infatti per loro si sta mettendo male, i nostri generali hanno messo in piedi una grande azione che sta per volgere al termine. Ora sono sul monte Sabotino, conquistato tra l’altro ieri e ieri, grazie ad un attacco massiccio guidato dal Comandante del 78° Fanteria, Badoglio: la compagnia della 45° divisione, composta appunto dal 78° Fanteria, dal 3° battaglione del 58° Fanteria, dal 3° battaglione del 115° Fanteria ( a cui appartengo io), dalle 8°e 15° compagnie minatori, dalla 21° batteria da montagna e dalle 31° e 32° batterie di bombarde, ha spazzato via le postazioni quassù. Ora però viene il difficile: dobbiamo scendere in pianura domani, per conquistare Gorizia. L’astuto piano consiste nel frazionare su più fronti l’attacco: il 4 agosto c’è stata una dura azione diversiva a Monfalcone per far spostare il grosso dell’esercito Austriaco.

Dopo il loro spostamento, abbiamo conquistato il monte Sabotino rimasto parzialmente sguarnito, ed ora abbiamo (quasi) via libera per Gorizia.

Ma ciò che sto vedendo non è affatto confortante: le cortine di difesa nella pianura ovest sono imponenti e ben sorvegliate, ricche di filo spinato e, probabilmente, bombe al gas.

Mentre osservo le linee di trincee nemiche, noto un movimento alla mia destra, cinque metri sotto di me. Mi accorgo di essermi spinto troppo a est rispetto al mio campo base. Ora il movimento nell’ombra è più netto… qualcuno si sta spostando tra i cadaveri…

Con freddezza deliberata, scendo dalla montagnola fangosa e rabbrividisco nel vedere la mia mano sull’elsa del pugnale. Sto diventando un perfetto assassino, inconsciamente ero già pronto ad uccidere. “E se fosse un tuo compagno? Ci hai pensato?” E’ rischioso, ma devo verificare. Se dovesse essere una spia, devo annientarla.

Mi sposto silenziosamente verso destra, cercando di prendere da dietro l’uomo. Mi fermo per vedere se è vicino… sì è vicino e mi volta le spalle. Scatto in piedi sfoderando il pugnale, schiacciando il soldato sulla terra insanguinata.

Due occhi chiarissimi e terrorizzati mi fissano immobili: il mio sguardo si posa sulla bandiera tricolore stampigliata sulla sua divisa.

Grazie a Dio, è un mio compagno! Anche lui ora si sta tranquillizzando e mi sorride. Ritiro silenziosamente il pugnale e gli sussurro che dobbiamo levarci di lì. Lui annuisce tristemente e, quasi con vergogna, si indica la gamba sinistra o quello che ne rimane. E’ gravemente ferito, non può stare in piedi, devo prenderlo in braccio. Con fatica, lo isso sulle spalle e comincio a muovermi verso la trincea, pregando Iddio che nessuno mi veda. Ma stasera, il Signore è troppo occupato per pensare a me. Una scarica di mitragliatrice ci colpisce in pieno, la potenza dei colpi mi spinge in avanti, il soldato che porto sulle spalle urla di dolore e rigurgita sulla mia divisa del caldo sangue color rosso rubino…

-NOOOO!!- Urlo di disperazione voltandomi di scatto e, in preda ad un’ira satanica, sparo verso il mitragliere austriaco, colpendolo in pieno petto. La sparatoria sveglia i miei commilitoni che mi coprono le spalle durante la fuga verso la trincea. Anche gli Austriaci rispondono al fuoco e ne esce una scaramuccia che dura un paio di minuti. Mi butto dentro la trincea e verifico lo stato di salute del compagno… inutile, è morto… il suo corpo issato sul mio mi ha protetto da una morte sicura ed ora devo la vita ad un perfetto estraneo, una persona di cui non conosco neppure il nome.

Piango, piango lacrime amare mentre scuoto inutilmente quel corpo senza vita, mentre fisso quegli occhi chiarissimi spenti e addolorati. E a poco a poco il dolore si trasforma in rabbia, la carne straziata del mio compagno grida vendetta, sto esplodendo dalla voglia di uccidere e massacrare… domani darò ai miei commilitoni morti la vendetta che chiedono, sangue chiama sangue, lo straniero deve morire!!

-VIA, VIA DALLA NOSTRA TERRA!!!!- urlo disperato al cielo che non mi dà alcun conforto. Il mio capitano si avvicina, con sguardo severo, dicendomi che ho fatto del mio meglio e che non potevo fare di più per lui. Lo guardo stupefatto ed incredulo e lo invito ad osservare gli occhi del ragazzo…-Li osservi capitano! Non vede il DOLORE?! L’ultima cosa a cui lui ha pensato prima di morire, sono stati i suoi cari, è morto con la loro immagine negli occhi, col dolore di non poterli più rivedere!! Io forse potrò rivedere la mia Novara, la mia amata città, ma lui no! E devo solo a lui questa speranza! Cosa riceverà ora? Una medaglia, una corona di fiori, qualche lacrima e poi? Nulla ripagherà il suo sacrificio… io spero solo che venga ricordato negli anni a venire per ciò che ha fatto, senza critiche o polemiche. Questo e tutti gli altri ragazzi che sono morti per la Patria in questa maledetta guerra sono degli eroi… E DEVONO ESSERE PER SEMPRE RICORDATI COME EROI!!!!!

Ed ora, capitano, mi prometta che domani prenderemo Gorizia, che cancelleremo l’Austriaco dal Friuli!!-

Egli mi fissa, visibilmente commosso, e mi dice:- Costasse la mia vita, Gorizia domani sarà italiana!- e si allontana.

Cerco le mie sigarette ma non le trovo, evidentemente le ho perse durante la sparatoria… quasi quasi smetto… il fumo uccide.

Così pose, un soldato novarese.