IL METODO SPERIMENTALE

Fu introdotto come metodo di indagine da Galileo Galilei per le sue ricerche in campo fisico, fu poi adottato con successo dalle altre discipline scientifiche. Consiste sostanzialmente in un modo di procedere che può essere suddiviso con una scansione logica delle varie fasi secondo lo schema seguente.
L'indagine comincia con la scelta del fenomeno da analizzare, una prima osservazione qualitativa permette di individuare le grandezze fisiche variabili.
In ogni esperimento si deve scegliere una sola variabile indipendente e considerare la sua influenza su una seconda variabile dipendente.
I risultati possono essere elaborati mediante tabelle e grafici che permettano di determinare, nell'ambito delle incertezze sperimentali, una eventuale relazione matematica (modello).
Successivamente il modello deve essere convalidato da un'ulteriore indagine. Se l'ipotesi formulata è confermata dagli esperimenti successivi, si può formalizzare il modello ed eventualmente inserirlo in una teoria più completa.
Qualora il modello non fosse riconfermato dall'indagine successiva, e le discrepanze riscontrate non dipendano dalle incertezze sperimentali, è indispensabile riconsiderare il fenomeno nella sua globalità per giungere alla riformulazione dell'ipotesi.
Il processo descritto non è mai concluso definitivamente poichè, un miglioramento della strumentazione, o l'apporto di altre osservazioni e teorie, potrebbe in qualsiasi momento rimettere tutto in discussione. Significativa è la riformulazione della meccanica classica ad opera di EInstein tendente a conciliare meccanica newtoniana ed elettromagnetismo maxwelliano. In questo caso si è visto come la meccanica classica sia una buona approssimazione per i fenomeni quotidiani, ma che non sia assolutamente adeguata per la descrizione di fenomeni che contemplano velocità prossime a quella della luce.

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LA MECCANICA CLASSICA

Fu la prima teoria fisica in grado di sistematizzare una serie di fenomeni riconducibili alle stesse cause. Concetti chiave sono la massa e le sue proprietà: l'inerzia e l'attrazione gravitazionale.

Il primo principio
Detto anche principio d'inerzia, fu formulato per la prima volta da Galileo Galilei: ciascun corpo persevera nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, mutando tale stato solo per l'azione di forze impresse.
Questo principio è di importanza fondamentale ed in apparente contraddizione con il senso comune, che ci suggerisce che una forza è sempre indispensabile per mantenere il movimento, così come già aveva detto Aristotele. Galileo, partendo da questa osservazione, fece una serie di esperimenti dove potè notare come il cammino compiuto da una boccia, lanciata da un piano inclinato, lungo un successivo tratto orizzontale, dipendeva dall'inclinazione del piano e dalle condizioni della superficie del piano orizzontale.
Riuscì pertanto ad estrapolare il comportamento del corpo in assenza d'attrito. È infatti questa forza che noi dobbiamo contrastare per mantenere il movimento.

Il secondo principio
È la legge fondamentale della dinamica, fu formulata da Isaac Newton, e ne ha preso il suo nome: sotto l'azione di una forza costante, un corpo si muove di moto uniformemente accelerato, con accelerazione avente la stessa direzione e lo stesso verso della forza.
In particolare si vede che l'accelerazione stessa è direttamente proporzionale alla forza applicata ed inversamente proporzionale alla massa del corpo.

a = F/m

Il terzo principio e la quantità di moto
Un terzo principio della dinamica afferma che le forze si presentano sempre a coppie secondo il seguente schema: se il corpo A esercita una forza sul corpo B (azione), allora B esercita su A una forza uguale e contraria (reazione)Per esempio noi esercitiamo sul terreno una forza pari al nostro peso (azione), il piano d'appoggio reagisce con una forza uguale, verso l'alto, che ci sostiene (reazione).
Nella dinamica il terzo principio assume un significato particolare, infatti le forze sono pari al prodotto della massa per l'accelerazione (secondo principio):

mA aA = mB aB

Tenendo presente la definizione di accelerazione e dividendo tutta l'espressione per il tempo d'azione della forza si ottiene:

mA DVA = mB DVB

Il prodotto m V è definito quantità di moto, in un sistema isolato la quantità di moto si conserva, inoltre, moltiplicando l'espressione del secondo principio della dinamica per il tempo d'azione della forza si ottiene:

F Dt = m DV

Che è detto teorema dell'impulso. Quindi si può dire che il prodotto di una forza per il suo tempo d'azione è pari alla variazione della quantità di moto dell'oggetto a cui è applicata la forza.

La gravitazione universale
Mentre i principi della dinamica sono dovuti all'inerzia delle masse, una seconda proprietà, l'attrazione gravitazionale, ha un'importanza fondamentale nel modello fisico dell'universo. Gli studi di Newton sulla gravitazione derivano in particolare dalle osservazioni astronomiche di Johannes Kepler. La grande intuizione del fisico inglese sta nell'aver capito che fenomeni come il moto dei pianeti e la caduta dei corpi sulla Terra, sono manifestazioni differenti della stessa forza. Da questi presupposti riuscì a formulare le legge di gravitazione universale: due masse, poste alla distanza d, si attirano reciprocamente con una forza che è direttamente proporzionale alle masse stesse ed inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza.

F G = G m1 m2 /d2

Nel modello dell'universo la forza gravitazionale è considerata una delle quattro forze fondamentali, è quella che regola il moto dei corpi celesti ed è responsabile della forza peso. Benchè Newton sia riuscito a formulare la legge, ci volle fino alla fine del settecento per poter determinare il valore di G, il primo a riuscire in questo compito fu Henry Cavendish con un celebre esperimento che porta il suo nome. La difficoltà nella determinazione sta nel valore molto piccolo che assume l'interazione gravitazione fra due masse ordinarie, infatti, considerando due masse da 1 kg, poste alla distanza di un metro, l'una dall'altra, la forza di attrazione reciproca è inferiore ad un decimiliardesimo di newton!

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TERMODINAMICA

Studia le trasformazioni di calore in lavoro, ovvero la conversione da energia termica a meccanica. Il suo sviluppo è cominciato con la rivoluzione industriale e l'avvento delle prime macchine termiche. È suddivisa in tre principi fondamentali.

Il primo principio e l'energia interna
Un primo concetto fondamentale per la comprensione della termodinamica è quello di energia interna, tutti i sistemi, comunque complessi, racchiudono in sè un certa quantità di energia, sotto svariate forme, chimica, termica, elastica, elettrica, gravitazionale, ecc., la quantità di energia così definita è appunto l'energia interna del sistema. In termodinamica non serve tanto sapere il valore complessivo di questa quantità, che per altro dipende anche dal sistema di riferimento, ma le variazioni correlate ad una determinata trasformazione. Il primo principio, in accordo con il principio di conservazione dell'energia, afferma che la variazione di energia interna è pari al calore assorbito dal sistema dedotto il lavoro fatto dallo stesso:

DU = Q - L

La scelta dei segni dell'espressione precedente deriva da considerazioni di carattere pratico; come detto la termodinamica si è inizialmente sviluppata attorno alle macchine termiche, queste rappresentavano il sistema, ad esse veniva fornito calore, tramite una combustione, ed in cambio dovevano fornire lavoro.
In questo principio fu rivoluzionaria l'affermazione dell'equivalenza calore lavoro. Inizialmente infatti gli scienziati erano ancora convinti dell'ipotesi del fluido calorico, cioè di una sorta di sostanza che permeava i corpi e che veniva liberata in particolari circostanze. L'idea di base era che il calorico si comportasse in una macchina termica come l'acqua nelle ruote di un mulino. James Prescott Joule, con un geniale esperimento riuscì a determinare, attorno al 1840, l'equivalente meccanico della caloria, ovvero la correlazione tra una quantità di energia termica scambiata ed il corrispondente lavoro meccanico.

1 cal = 4,186 J

Il secondo principio ed il ciclo di Carnot
Il primo principio della termodinamica non pone limitazione alcuna alla conversione da energia termica a meccanica. Nella realtà si nota invece che questo tipo di trasformazione è fortemente penalizzata e per quanto si possa fare è impossibile superare un certo limite.
Fu pertanto necessario formulare un secondo principio che rendesse conto di questo fatto. Fu enunciato in differenti modi, tutti equivalenti. In particolare si hanno gli enunciati di:
Kelvin:
non esiste una trasformazione che abbia come unico risultato finale convertire integralmente calore in lavoro.
Clausius:
il calore non passa spontaneamente da un corpo a tyemperatura inferiore ad uno a termperatura maggiore.
Carnot:
In una trasformazione ciclica una parte del calore assorbito da una sorgente a temperatura T1 viene necessariamente restituito a una sorgente a temperatura inferiore.
Una macchina termica funziona attraverso un fluido operante che passa attraverso una serie di trasformazioni cicliche, il fluido compie lavoro sull'esterno quando si espande, lo richiede quando è compresso.
Tra tutti i cicli possibili uno con maggiore rendimento, cioè che fornisce il massimo di lavoro a parità di energia termica spesa, è il ciclo di Carnot, esso è composto da due trasformazioni isoterme alternate a due trasformazioni adiabatiche, ovvero ottenute in assenza di scambi di energia termica. Il ciclo è rappresentato sul diagramma P-V della figura accanto. Il rendimento di un ciclo di Carnot è calcolabile con la formula:

h = 1 - T2 / T1

Si tratta di un ciclo puramente teorico che ha il rendimento indicato solo se le trasformazioni sono reversibili, però i cicli dei motori termici sono composti da trasformazioni reali, irreversibili ed il rendimento che ne risulta è sensibilmente inferiore.
Per valutare un ciclo reale è opportuno introdurre il rendimento del secondo ordine: un ciclo reale ha comunque un rendimento inferiore a uno, ma un confronto corretto deve tener conto del rendimento massimo che potrebbe avere qualora fosse un ciclo di Carnot fra le stesse temperature.

e = hreale / hCarnot

Ad esempio un comune motore automobilistico ha un rendimento medio pari a 0,25, un ciclo di Carnot fra le stesse temperature avrebbe un rendimento di circa 0,85, pertanto e = 0,25 / 0,85 = 0,29.

I cicli frigoriferi
Data una serie di trasformazioni, costituenti un ciclo chiuso, si otterrà lavoro meccanico se le trasformazioni si susseguiranno con un senso di percorrenza orario, se il ciclo viene percorso in senso inverso, avremo una macchina termica che assorbirà lavoro meccanico, creando in cambio un salto di temperatura. Avremo quindi una macchina in grado di trasferire calore da un corpo ad una certa temperatura, ad un altro a temperatura maggiore, contrariamente a quello che avviene spontaneamente in natura.
A seconda della funzione svolta le macchine inverse si possono dividere in due tipi: macchine frigorifere, pompe di calore.
Una macchina frigorifera preleva calore da un ambiente a bassa temperatura e lo scarica a temperatura ambiente; la pompa di calore viene usata in particolari impianti di riscaldamento, dove si preleva calore dall'esterno (ambiente a bassa temperatura) per immetterlo in un locale a temperatura maggiore.

L'entropia
Un pendolo libero di oscillare prima o poi si ferma, un cubetto di ghiaccio, messo in un bicchiere d'acqua a temperatura ambiente si scioglie. Questi fenomeni rispettano rigorosamente il principio di conservazione dell'energia, anche i fenomeni inversi, un pendolo si mette ad oscillare spontaneamente e l'aria intorno si raffredda, oppure l'acqua in un bicchiere si scalda ed in qualche parte della sua massa si forma un cristallo di ghiaccio, rispettano lo stesso principio, comunque nessuno ha mai osservato simili fenomeni avvenire spontaneamente.
La chiave di interpretazione sta nel secondo principio della termodinamica che stabilisce un senso privilegiato delle trasformazioni (un esempio chiaro è l'enunciato di Clausius). Infatti fu lo stesso Clausius che nel 1865 introdusse una nuova grandezza fisica, detta entropia, che era legata allo stato interno di un sistema ed al modo in cui venivano condotte eventuali trasformazioni termodinamiche su di esso. Il calcolo della variazione di entropia di un sistema è piuttosto complesso, si può però affermare che in qualsiasi trasformazione reale l'entropia di un sistema isolato è sempre in aumento pertanto il senso di qualsiasi trasformazione spontanea asseconda questa tendenza. Se ipotizziamo l'universo come un sistema isolato, se ne deduce che l' entropia dell'universo è in continuo aumento, in altri termini questo significa che l'energia disponibile diminuisce costantemente, inoltre se anche riusciamo a creare una diminuzione di entropia localmente (per esempio con una macchina frigorifera), questo ha come conseguenza un aumento di entropia sull'ambiente, superiore alla diminuzione locale.


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ELETTROMAGNETISMO

Le radici dell'elettromagnetismo affondano nel periodo della Grecia antica, questo popolo aveva già osservato che una bacchetta di ambra strofinata con un panno era in grado di attirare dei frammenti di materiale vegetale, dal nome greco di questa resina fossile, èlektron, deriva quindi quello di elettrone, elettricità, ecc.

La legge di Coulomb
I fenomeni sono da ricondurre ad una proprietà della materia detta carica elettrica. Fu Charles Augustin Coulomb che formulò nella seconda metà del 700 la legge dell'elettrostatica: due cariche elettriche puntiformi interagiscono fra loro con una forza direttamente proporzionale al valore delle cariche ed inversamente proporzionale al quadrato delle loro distanze.

FE = K q1 q2 /d2

La costante K fu determinata dallo stesso Coulomb, nel vuoto vale:

K = 9 x 109 N m2 / C2

La forza è attrattiva nel caso di cariche di segno opposto, repulsiva per cariche dello stesso segno. L'intensità della forza dipende dal mezzo isolante interposto fra le cariche che la riducono, rispetto al vuoto, di un fattore er detto costante dielettrica relativa.

La corrente elettrica
Se le cariche elettriche si trovano in un mezzo conduttore, sottoposte a opportune forze possono muoversi con un flusso ordinato. La corrente elettrica consiste proprio nel flusso ordinato delle cariche elettriche, in genere elettroni, nei conduttori. La corrente elettrica è una grandezza fondamentale del Sistema Internazionale, è comunque legata alla carica elettrica dalla relazione:

I = Q/t

Data una sezione trasversale di un filo conduttore, l'intensità della corrente elettrica nel conduttore corrisponde alla quantità di carica che attraversa la sezione nell'unità di tempo.
Per convenzione si considera positivo il verso della corrente corrispondente a quello di una carica positiva, quindi gli elettroni in un conduttore metallico si muovono in verso opposto a quello convenzionale della corrente. L'unità di misura S.I. è l'ampere [A]

La differenza di potenziale elettrico
Le cariche elettriche in un conduttore si muovono sotto l'azione delle forze, quando una forza sposta il suo punto di applicazione lungo la sua direzione compie un lavoro. Si definisce differenza di potenziale elettrico il rapporto fra il lavoro fatto dalle forze per spostare la carica ed il valore della carica stessa

DV = L/Q

L'unità di misura S.I. è il volt [V]

1 volt = 1 joule/1 coulomb

La resistenza elettrica

Il passaggio di una corrente elettrica in un conduttore avviene solo se ad esso si applica una differenza di potenziale.
Si definisce resistenza elettrica il rapporto:

R = DV/I

L'unità di misura S.I. è l'ohm [ W]

1 ohm = 1 volt/1 ampere

Serie e parallelo di resistenze

Una serie di resistenze consiste nel collegamento delle stesse in modo che la corrente che le attraversi passi successivamente da una all'altra senza incontrare diramazioni.

La resistenza equivalente di una serie di resistenze corrisponde alla somma dei valori di ogni resistenza. La somma delle cadute di potenziale di ogni resistenza corrisponde alla tensione applicata alla serie stessa.

Un parallelo di resistenze consiste nel collegamento delle stesse in modo che la tensione applicata sia la stessa ad ogni resistenza.

La resistenza equivalente di un collegamento in parallelo corrisponde al reciproco della somma dei reciproci dei valori delle resistenze.
La corrente totale corrisponde alla somma delle correnti che attraversano ogni resistenza.

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by miglia - 1998 - 2000